Conferenza su San Carlo da Sezze

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Per informazioni, contattare il
Centro Studi "S. Carlo da Sezze"
via Piagge Marine, 39
04018 SEZZE (LT)
sancarlodasezze@sancarlodasezze.it

 

 

 

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Conferenza

 

Mercoledì  8 dicembre, Solennità dell’Immacolata, il cuore del centro storico di Sezze sarà ricco di iniziative culturali organizzate dal Centro Studi San Carlo da Sezze, in onore del Santo.

Nell’ ambito dei progetti “Aspettando il Natale con San Carlo da Sezze” e “San Carlo da Sezze tra misticismo e storia” , l’Associazione, presieduta da Antonella Bruschi, che da anni cura la conoscenza e la diffusione della figura del Santo, ha scelto Piazza San Lorenzo con l’omonima chiesa e la stessa Casa Natale di San Carlo, per una serie di interessanti iniziative, che sono realizzate con il contributo dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Sezze.

Alle ore 17,00 verrà inaugurata la Mostra Iconografica sulla Natività, curata da Filomena Danieli e Valter Marchetti. L’esposizione sarà inaugurata dal Sindaco dott. Andrea Campoli e rimarrà aperta fino al 9 gennaio 2011.

Verrano esposte, all’interno della Casa Natale di San Carlo, pregiate immagini sacre originali comprese in un periodo che va dalla fine del 700 ai nostri giorni che si distinguono per caratteristiche artistiche e di contenuto ed assumono, in diversi casi, anche un valore di supporto liturgico ed educativo. A tale iniziativa ha collaborato il Gruppo setino dell’AICIS.

Alle ore 17,30, a seguire, verrà inaugurato, sempre all’interno della Casa Natale di San Carlo, il Presepe Artistico ideato e coordinato da Natalino Dragotti e realizzato dal team artistico dell’Associazione. Lo inaugurerà  Padre Pietro Messa ofm, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani presso la Pontificia Università Antonianum  in  Roma. Verrà sottolineato il particolare legame che lo stesso San Carlo aveva con il presepe come riportato dagli studiosi e nella stessa autobiografia, con alcuni episodi che la tradizione ricorda con protagonista il Santo Patrono. Il presepe potrà essere visitato tutti i giorni sino al 9 gennaio 2011.

All’interno della Casa Natale, per tutto il periodo natalizio (fino al 9 gennaio 2011) sarà ancora aperta la Mostra Fotografica “San Carlo e il suo paese…Sezze”.

Alle ore 18,00, all’interno della Chiesa di San Lorenzo, si terrà, poi, la conferenza “San Carlo da Sezze, il bue e l’asino: l’Infinito in una culla”, tenuta da Padre Pietro Messa ofm, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani presso la Pontificia Università Antonianum  in  Roma. Introdurrà la conferenza il Presidente del Centro Studi Antonella Bruschi.

Alla realizzazione della conferenza hanno collaborato il Rotary Club Latina Monti Lepini ed il Conservatorio “Corradini” di Sezze. Sponsor di tutte le iniziative la Tipografia Angeletti Enzo e la Gioielleria Bruno Domenico. L’ingresso a tutte le manifestazioni è gratuito.

Nella stessa giornata dell’Immacolata, la Corale San Carlo da Sezze si esibirà a Segni, presso il locale Seminario Diocesano, nell’ambito di una rassegna polifonica con un repertorio di brani sacri e natalizi.

 

San Carlo da Sezze e il presepe: la memoria di un incontro che cambia

 

L’invenzione del presepe da parte di san Francesco a Greccio è cosa risaputa tanto da poter dire che è patrimonio non solo della tradizione cattolica, ma anche della cultura in generale. In realtà si deve riconoscere che pochi sanno cosa effettivamente avvenne nella notte di Natale del 1223 nell’eremo della valle Reatina: infatti frate Francesco d’Assisi volle rivivere il mistero della nascita di Gesù secondo una modalità che soddisfacesse il suo desiderio di poter in qualche modo «vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Fatta preparare la mangiatoia, sopra di essa venne celebrata l’Eucaristia mediante un altare portatile in uso presso i frati Minori; ma all’Assisiate questo non bastava e volle che ci fossero anche i due animali che la tradizione aveva collocato accanto a Gesù.

Il bue e l’asino, assenti nei Vangeli canonici, sono menzionati però dall'apocrifo Pseudo-Matteo che riprende Is 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Interpretati dai padri della Chiesa rispettivamente come il popolo d'Israele, che porta il giogo della legge, e le genti – ossia gli incirconcisi, che ignorano tali norme di vita –, sono riuniti da Gesù che fin dalla sua nascita – come dice san Paolo – fa dei due un popolo solo, abbattendo il muro di frammezzo che è l’inimicizia.

Tale avvenimento della vita di san Francesco verrà narrato e trasmesso con ampliamenti agiografici e ulteriori letture teologiche, tanto che nel 1581 il francescano spagnolo Juan Francisco Nuño, dimorante al Convento dell’Aracoeli di Roma, definì il Santo d’Assisi come l’inventore del presepe avendone realizzato il primo proprio a Greccio. In tale lettura si colloca anche san Carlo da Sezze (1613-1670), tanto che nella sua Autobiografia afferma: «Venendo il tempo di sementare il grano, vedendo i bovi mi sentivo eccitare a devozione, avendo inteso che questa sorta di animali con i somarelli si erano ritrovati in quel mistero sì grande della capanna di Betlemme, quando nacque Gesù Cristo da Maria Vergine, riscaldandolo con il loro fiato, quando nel presepio giaceva sopra il fieno. Gli posi molto affetto, e fuori di modo mi rallegravo in vederli».

Non solo il presepe diventa una modalità per fare memoria dell’Incarnazione – cioè riconoscere nella storia questo avvenimento della presenza del Dio-uomo – ma gli stessi elementi che lo compongono, come il bue e l’asino, sono occasione per san Carlo da Sezze per ricordare nella quotidianità quel mistero che la tradizione francescana aveva contribuito a rendere popolare.

In altre pagine dell’Autografia san Carlo afferma: «Nell’anno 1664, stando a fare il santo presepio e avendolo ridotto quasi al fine, fui da una persona interrogato che mercede avrei ricevuta dai frati per quella gran fatica. Risposi che la mercede sarebbe quella che mi avrebbe data Dio benedetto. La sacratissima notte, posto il Santo bambino nel presepio, intesi nell’anima tanto amor divino, che non so se mai così ne abbia inteso; e l’infermità che prima mi pareva amara, mi si convertì in dolcezza! Il giorno poi dell’Epifania, riponendosi il Santo bambino, mi concesse la remissione dei peccati. Nel 1663, il giorno dopo la Epifania, dovendosi, nella chiesa di San Pietro Montorio, levar processionalmente il Santo bambino, mi venne in quell’atto della funzione uno straordinario sollievo di spirito. In questa elevazione pregai nostro Signore che facesse partecipi della sua benedizione quelli che lui mi aveva dati con i miei religiosi, con tutti i fratelli e sorelle cristiani che professano la nostra santa fede, pregandolo che mi concedesse, per sua pietà, di confermarmi in grazia e non offenderlo più gravemente».

Quel fare memoria della presenza del Signore nella storia grazie anche al presepe ha come effetto un cambiamento nei comportamenti della vita, caratteristica che differenzia la moralità – che ha origine da un incontro – dal moralismo. Così san Carlo scrive: «Il giovedì avanti la festa dell’Epifania del Signore, ai 3 di gennaio 1663, avendo ricevuto il Corpo del Signore, m’intesi sollecitato a far voto di non portar odio a nessuno, avendo alcuni giorni prima sopportato una guerra insolita delle passioni che, intorno a questo, mi stimolavano verso il prossimo [...]. Il giorno della santa Epifania, [...] cominciai con maggiore amore di prima ad amare tutti egualmente, concependosi nell’anima questa verità: che tutti siamo figlioli di un padre, ch’è Dio, e di una madre, che è la nostra santa Chiesa; e nella vita eterna saremo tutti di una città e retti da un medesimo pastore, ch’è Dio, fonte d’ogni nostro bene».

I buoi e l’asino sono parte della vita dei conventi in cui san Carlo dimora e proprio questa quotidianità è il luogo cui egli vive la presenza del Mistero. Leggendo la narrazione dell’estasi in cui ricevette la “ferita d’amore” ciò che stupisce è che il tutto avvenne in un normale momento in cui con un altro frate andava per la questua: «Giunti alla chiesa del glorioso San Giuseppe, dove è un monastero di monache di santa Teresa, mi ordinò il compagno che ivi mi fermassi e avessi cura del somarello attaccato lì vicino, andando lui lì intorno a pigliare delle elemosine. Mi posi inginocchioni a fare orazione, essendo uscita la santa Messa. Pregavo nostro Signore che invisibilmente risiede nel santo tabernacolo che, per intercessione del glorioso san Giuseppe, si degnasse darmi il suo divinissimo amore, continuando in questa orazione fino alla consacrazione. Nell’alzare il sacerdote l’ostia consacrata, vidi da quella, con gli occhi dell’anima, uscire come un raggio di luce e venire a ferirmi nel cuore. [...]. Ed era tanto l’amore che sentivo dentro del mio cuore, che non capivo dentro di me medesimo. Avrei, per la gran dolcezza, lambito la terra, l’erbe e i sassi, e sopportato qualsivoglia tormento e travaglio e martirio che hanno patito tutti i santi».

Il presepe e i suoi personaggi – compreso il bue e l’asino – è diventato luogo di memoria di un Incontro che genera una vita nuova, ossia la moralità: tutto questo visse e descrisse nella sua semplicità san Carlo da Sezze, con una incisività che stupì ad esempio Giovanni XXIII che lo canonizzò nel 1959.

 

Pietro Messa

Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani

Pontificia Università Antonianum – Roma

 

Pubblicato in parte in Pietro Messa, Ma l’asino e il bue non possono mancare. San Carlo da Sezze e la memoria del Natale, in L’Osservatore Romano, anno CLI/4 (n. 45.649), giovedì 6 gennaio 2011, p. 4.

 

Sezze, 8 dicembre 2010 – Solennità dell’Immacolata

San Carlo da Sezze, il bue e l’asino:

l’Infinito in una culla

È degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che san Francesco realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.

C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore […]. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia/praesepe e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.  E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

Il Santo è lì estatico di fronte alla mangiatoia, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sulla mangiatoia e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra la mangiatoia è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell’anima e santificazione del corpo, la carne dell’Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.

(Tommaso da Celano, Vita di san Francesco 84-87, in Fonti Francescane, n. 466-471)

Venendo il tempo si sementare il grano, vedendo i bovi mi sentivo eccitare a devozione, avendo inteso che questa sorta di animali con i somarelli si erano ritrovati in quel mistero sì grande della capanna di Betlemme, quando nacque Gesù Cristo da Maria Vergine, riscaldandolo con il loro fiato, quando nel presepio giaceva sopra il fieno. Gli posi molto affetto, e fuori di modo mi rallegravo in vederli; e giunse sì avanti il contento, che in breve ritornai in me stesso con allegrezza di tutti.

(San Carlo da Sezze, Autobiografia IV, a cura di S. Gori, Roma 1959, p. 12-13)

Il bue e l’asino, assenti nei Vangeli canonici, sono menzionati però dall'apocrifo Pseudo-Matteo che riprende Is 1,3, e interpretati dai padri della Chiesa rispettivamente come il popolo d'Israele, che porta il giogo della legge, e le genti, ossia gli incirconcisi.

Isaia 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende».

p. Pietro Messa, ofm

Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e FrancescaniPontificia Università Antonianum - Roma

 

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