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Sezze in Festa per il 50° Anniversario della Proclamazione a Santo di Frate Carlo da Sezze.

 

Il 12 Aprile 1959, domenica in Albis, Papa Giovanni XXIII proclamava Santi Carlo da Sezze e Gioacchina De Vendruna vedova y Mas, e, nell’udienza memorabile del 13 Aprile ai pellegrini d’Italia e di Spagna così si rivolgeva il Santo Padre: “Diletti figli e figlie! Ben fieri dovete essere per questi due fiori di santità! Essi sono la prova delle antiche virtù, che sempre sono regnate nelle vostre Regioni e il cui patrimonio è affidato alle vostre cure gelose. San Carlo e Santa Gioacchina dicono a voi, genti d’Italia, genti di Spagna, che dovete custodire il deposito prezioso della tradizione antica, nel quale sta il segreto della vera gloria dei vostri Paesi benedetti da Dio”.

Dunque, il 12 Aprile 2009, domenica di Pasqua di Resurrezione, alla vigilia del quarto anno di pontificato di Papa Benedetto XVI, la Chiesa Cattolica e la Città di Sezze si apprestano a celebrare il 50° anniversario dell’innalzamento all’altare della santità di frate Carlo da Sezze.

Molti hanno sentito parlare di frate Carlo da Sezze, innumerevoli sono i suoi devoti, tutti sono rimasti affascinati dalla sua personalità, dal suo modo di testimoniare la fede in Dio in modo semplice ed immediato.

Frate Carlo nacque a Sezze, all’epoca Veneranda Camera Apostolica, il 22 ottobre 1613 e fu battezzato nella cattedrale duomo di S. Maria in Sezze il 27 dello stesso mese, con il nome di Giovanni Carlo nato da Antonia Maccioni e Ruggero Melchiori. A proposito del cognome sono sorte nel tempo discussioni sull’assegnazione del cognome familiare, attenendosi all’atto di battesimo (conservato nell’archivio della cattedrale di Sezze), don Vincenzo Venditti, massimo studioso di S. Carlo, inclina con morale certezza per l’attributo di Melchiori e non Marchionne e conclude: “Del resto la questione non è di quelle che richiami attenzioni ben più che locale, il nostro Santo rinunziando al secolo e glorificandosi tra i figli di S. Francesco, s’è eletto il cognome con cui lo saluta tutto il mondo cristiano: San Carlo da Sezze”.

Sin dalla prima infanzia Giovanni Carlo manifesta una grande devozione verso Dio e Maria Santissima, tanto che nella sua biografia racconta come, ancora bambino amasse andare nella chiesa di S. Maria delle Grazie dei frati minori, a rimirare i frati che gli parevano angeli del Paradiso e che nel sentirli nelle ore canoniche cantare le lodi a Gesù e Maria si sentiva come rapito dai sensi.

Ben presto manifesta la sua volontà di diventare frate laico, noncurante delle proteste dei familiari che lo avrebbero voluto sacerdote, in particolare lo zio don Francesco Maccioni canonico della cattedrale di S. Maria in Sezze.

Il 10 maggio 1635 Giovanni Carlo salutò i suoi e si recò al convento romano di S. Francesco a Ripa in Trastevere per essere ricevuto nell’ordine francescano. Il 18 maggio dello stesso anno ci fu la vestizione religiosa e a Giovanni Carlo fu imposto il nome di fratel Cosimo. Un anno dopo, il giorno della professione, a richiesta della madre e per concessione del padre superiore prese il nome di fratel Carlo.

Con la professione religiosa inizia il suo peregrinare nei vari conventi laziali: S. Maria Seconda di Morlupo, Nazzano, S. Maria delle Grazie e S. Francesco a Porticelli, Palestrina, S. Giovanni del Piglio, S. Francesco in Castel Gandolfo, S. Pietro in Montorio in Roma.

Dal 1640 al 1646 fu a S. Pietro di Carpineto Romano. Carpineto Romano è il periodo buio e intenso delle sofferenze che S. Carlo prova per mano degli uomini, nelle prove e nelle sofferenze del noviziato frate Carlo trovò conforto nella fede “che aiuta a portare con allegrezza le fatiche della religione, i pesi delle croci dello spirito e a stare nell’unione perseverante con Dio”. Sono queste le parole che S. Carlo ci ha lasciato nei suoi scritti e, come diceva don Vincenzo Venditti: “le parole dei Santi vanno accettate per vere perché i Santi sono privi di malizia”.

La geografia dei luoghi crea legami tra le generazioni ed, in un certo qual modo ne influenza il carattere, così i luoghi cari a S. Carlo sono gli stessi che vediamo noi oggi. La zona montana e insieme marittima, che circonda Sezze, è delle più suggestive: una tavolozza di colori e profili di linee terrestri. A contrasto con il colle di roccia carsica su cui svetta il paese, dalla piazza del Belvedere del Duomo lo sguardo si perde nella meraviglia del creato  abbracciando dalla baia di Nettuno fino alle isole Ponziane. La bella cresta della Semprevisa discende, adagiandosi, nella ricca vallata di Suso, la catena dei monti Lepini dilegua e si confonde tra gli Aurunci e gli Ernici, e, nel lato nord, attraverso il monte Antoniano, si estende ad abbracciare la campagna di Roma. Roma, la Città Eterna, sarà la seconda patria di frate Carlo per ventiquattro anni durante i quali il Santo verrà conosciuto e stimato da molti d’ogni rango. A Roma si rivolgevano a lui per ricevere consigli: pontefici, cardinali, vescovi, principi e principesse, sacerdoti ed umili popolani che desideravano ascoltare il suo consiglio illuminato. A tal proposito il cardinale Marzio Ginetti, gli diede licenza di recarsi in tutti i monasteri di Roma dove fosse richiesta la sua presenza. Tra i molti doni che Dio gli aveva dato vi era il dono della scienza infusa. S. Carlo era stato costretto ad abbandonare gli studi alla seconda elementare, Dio gli concesse l’intelligenza della Divina Scrittura, egli dirà: “(…) questa Divina Sapienza, che puramente ci viene di sopra da Dio benedetto, la praticavo nell’anima, il lume celeste che ne ricevevo per conoscere Dio  manifestava nell’anima gli altissimi sensi di essa Scrittura, e in quella illuminazione restava illuminata l’intelligenza”.

Meravigliose sono le opere scritte da S. Carlo, sono il faro della fede. Leopoldo I  imperatore romano e re di Germania soleva dire: “Fra Carlo da Sezze ha predicato per tutto l’universo mondo con le sue opere, le quali teniamo per certo che siano venute dal cielo”.

Nel 1666 il suo intimo amico il cardinale Cesare Facchinetti, lo invitò alla sua arcidiocesi di Spoleto avendo bisogno della sua opera. Frate Carlo sarà lì per diverso tempo, una  seconda volta nel 1668 e, nel 1669 per l’ultima volta. Infatti, il 4 ottobre mentre frate Carlo e il cardinale Facchinetti celebravano assieme il giorno di S. Francesco, la salute del Santo deperiva e la principessa Camilla Orsini Borghese, che aveva il compito di condurlo a Venezia , fu costretta a ricondurlo a Roma. Durante il viaggio di ritorno sotto una pioggia incessante, si verificò un fatto prodigioso: sulla lettiga dove viaggiava frate Carlo non cadeva la pioggia. Giunto a Roma si seppe che Papa Clemente IX era malato, un giorno il Papa , particolarmente debole, fece chiamare frate Carlo per essere confessato. Nel salutarlo chiese il Santo Padre: “Che dici frate Carlo, ci rivedremo?”, e frate Carlo con un sorriso sereno rispose: “All’Epifania Santità!”. Nella curia pontificia si diffuse sollievo, avevano dato alle parole di S. Carlo un’interpretazione terrena. S. Carlo parlava di qualcosa che andava oltre la comprensione umana. Nel dicembre 1669 Papa Clemente IX  morì, nella curia si diffuse sconcerto, ed ecco , il 31 dicembre di quell’anno frate Carlo si recò al convento di S. Pietro in Montorio per adorare il Divin Bambinello, nel tornare al convento di S. Francesco a Ripa fu colto da forte febbre. Il 6 gennaio 1670 si concludeva la sua vita terrena. Dunque, la profezia si era avverata: si erano incontrati lui e Papa Clemente IX, nella patria celeste del Paradiso il giorno dell’Epifania. La morte del Santo assunse l’aspetto di un lutto cittadino e gli stessi cardinali, riuniti in conclave per eleggere il successore di Clemente IX, si interessarono della sua sepoltura, fra questi il card. Facchinetti si mostrò addoloratissimo e sostenne tutte le spese della tumulazione; disponendo che il corpo fosse conservato in tre casse rispettivamente: di cipresso, di piombo e di abete. Degna sepoltura di un Papa. Divulgatasi nella città di Roma la notizia, il lutto si trasformò in trionfo e fu un accorrere incessante di fedeli a venerare la salma di frate Carlo, tanto che i frati dovettero rivestire il corpo del Santo con nove sai per darne un pezzetto ad ogni fedele. Per i romani frate Carlo era già Santo!.

Per suggerimento di un amico di frate Carlo, Nicola Grippelli, fu esaminato il costato di frate Carlo e si scoprì la cicatrice della stigmate ricevuta nell’ottobre del1648, all’età di 35 anni, mentre assisteva, nella chiesa di S. Giuseppe Capo le Case in Roma, alla celebrazione dell’Eucarestia. Al momento dell’elevazione dell’ostia consacrata un raggio luminoso partì da questa ferendolo al costato. Nell’esaminare il corpo si constatò un prodigio singolarissimo sullo stesso corpo del Santo: la cicatrice cominciò a diventare una cicatrice sempre più crescente a vista di tutti e nello spazio di due giorni prese la forma di un grosso chiodo. Le sue spoglie mortali riposano a Roma nella chiesa di S. Francesco a Ripa in Trastevere in seno alla famiglia francescana. La sua famiglia.

Dopo l’introduzione della causa di beatificazione e canonizzazione Papa Clemente XIV dichiarò l’eroicità delle sue virtù il 14 giugno 1772; Papa Leone XIII lo proclamò beato il 22 gennaio 1882 e, come ricordato, Papa Giovanni XXIII lo canonizzò il 12 aprile 1959. S. Carlo è l’unico Santo della Chiesa ad essere stigmatizzato per mezzo dell’ostia.

Fra Carlo, uomo tra gli uomini, attira la nostra simpatia e la nostra stima, perché la sua vita fu intessuta di fragilità, difetti, lotte e travagli, come la vita di ciascuno di noi; lo sentiamo vicino a noi vivere gli stessi problemi, le medesime ansie. Come ogni cristiano aveva dei Santi a cui era particolarmente devoto: Gesù, Maria, S. Anna, S. Lidano d’Antena (già patrono di Sezze) e il beato Salvatore da Horta; con profonda umiltà quando compiva un miracolo frate Carlo diceva: “Non ringraziate me, ma Dio per intercessione del Santo al quale mi sono rivolto”.

Numerosi sono i miracoli avvenuti quando il Santo era in vita, impossibile qui narrarli tutti, basterà un accenno narrato proprio da frate Carlo nelle Opere Complete. “La gloriosa S. Anna è stata sempre divota di quelli di nostra casa, et mia madre mi soleva dire più volte di aver sentito sua sorella, mia zia, nell’orazione parlare con detta Santa come fa la figliola con la madre, et questa santa divozione è rimasta in alcuni nostri fratelli e sorelle. Et essendo nella santa religione me la presi, dopo la santissima Vergine, per mia particolare aucata; e venendo in Roma di famiglia, ebbi fortuna di avere una pochina di reliquia dell’osso della sua testa, stimandola un preziosissimo tisore; et il Signore ha operato molte grazie à fedeli che sono ricorsi alla sua devozione, come racconterò. Stando di famiglia nel convento di S. Pietro di Carpineto, nella terra di Sermoneta vi era una donna che, per causa d’infermità, si era ancora ella ciecata in tutte due gli occhi. Vi fui mandato dà miei superiori, avendone lei fatta instanza, essendo parzial divota della religione di S. Francesco, et portò poi l’abito del Terzo Ordine. Et andantola a visitare, la ritrovavi che era in letto; et avendomi discorso della sua infermità, l’assortavi ad avere fede alla divozione di S. Anna. Portavo con me in carta pecora una figurina dell’immagine di detta Santa: li la posi sopra della testa, et feci orazione a Dio per la sua salute, segnandoli poi con fede, con la medesima immagine, gli occhi, e con il deto bagnato nella saliva; et ciò fatto, gli posi avanti quella figurina et li domandavi se la vedeva. Mi rispose che sì. Vi la posi poi un poco più distante: mi rispose che sì; e così feci un’altra volta. La feci poi affacciare alla finestra, li domandai se vedeva alcune pescine di acqua che erano in quelle pianure; mi disse di vederle. In ultimo li domandavi se vedeva il mare, che era una distanza da dodeci miglia: disse ancora di sì, glorificando Dio nelli suoi Santi. Et venuta la gran misericordia di Dio nella gloriosa S. Anna, li dissi: “Sorella voi vedete più di me”. Ed un altro miracolo: “Una persona grande nella sua gravidanza aveva un corso straordinario di sangue, e per quest’effetto li signori medici la volevano medicinare, tenendo lor forsa che non fusse gravida. Ma la bona signora, prima di ciò fare, per la divozione che portava all’abito di S. Francesco, si volse di questo consigliarsene con me; et avendomi significato quanto passava, inspirato da Dio li dissi: “Signora mia, voi sete gravida: avvertite bene che, se la creatura per questa causa patirà, offenderete mortalmente Dio”. Il che lei inteso, disse di voler prima morire che offendere Dio et essere causa che perisca quell’anima. Gionta la detta del settimo mese, gli si accrebbero, con la sua infermità, maggiormente gli dolori. Il giorno prima di S. Anna casualmente l’andavi a visitare, et gionto nel palazzo, vedendo che alcuni di gentilomini piangievano, li domandavi che cosa vi era di novo. Risposero che la signora stava morendo et che già era spedita e senza polzo. Intravi nella camera dove era l’inferma; et in vedermi, piangendo mi domandò perdono, che si dato mi avesse male essempio in tutto quel tempo che mi aveva conosciuto, come sogliono fare quelli che stanno per partire di questa vita. Gli dissi per che causa mi domandava perdono. Mi rispose “Io sono spedita, e questa volta me ne vado al Signore: preghi per me, che mi perdoni li miei peccati”. Li risposi “Sorella, ricordati che in questo giorno Antonio, vostro figlio, era ancor egli fatto spedito e non pigliava più cibo, et, per la devozione del Santissimo e di S. Anna, riebbe la sanità. Così ancora spero che avverrà per te: però se  ricomandi a questa gloriosa Santa”. Et avendola incitata alla devozione di detta Santa, mi posi a dire le litanie della Madonna. Ma perché stavano tutti applicati al pianto et al dolore, nessuno vi era che rispondeva. Finita la divozione della Madonna, in spirato da Dio feci chiamare il signore, dicendogli che mandasse presto la mammana e facesse ponere in ordine quanto bisognava per una donna che sta per partorire. Facendosi ogni cosa con la maggior sollecitudine possibile, li dieti poi per bocca un poco di manna di S. Nicola et li posi sopra del ventre la reliquia di S. Anna, invocando ad alta voce il suo nome et il Santissimo Sacramento, ripetendolo più volte, pregando con particolare spirito nostro Signore per l’anima di quel bambino posta in così gran pericolo, et che rendendomelo vivo, mi offeriva di star sei anni nel purgatorio. Et stando così applicato in Dio, consolando e rincorando l’inferma, non fu appena la mammana intrata in camera, che ella le partorì nelle braccia un figliolino maschio. Et partorito che ella ebbe gli dissi “Or sei guarita et non avrai più corsi di sangue et né dolori”. Si guarì con l’aiuto di Dio et per intercessione di quella gloriosa Santa, pigliandola per aucata della loro casa; et ogni anno il giorno della sua festa fanno da mangiare a tutti li frati del convento di S. Francesco a Ripa e di S. Pietro in Montorio”.

Dunque, testimonianza diretta dei miracoli ce l’ha lasciata lo stesso S. Carlo il quale conclude il suo racconto dicendo che ha scritto solo dei miracoli che ha saputo per certo “altri non li ponco, con occasione di diverse infermità, quasi senza numero: non avendo mai posta cura se guarivano o no, non curandomi di saperlo, per fuggire la vana gloria. Et quando alcuno mi lo riferiva, li diceva che dasse gloria a Dio e lo ringraziassero”.

Il primo biografo sulla personalità di S. Carlo così lo descrive: “Il suo corpo era in tutte le sue parti e potenze ben formato. Nella fisionomia era devoto, affabile, amoroso e allegro: di temperamento caldo e umido, di statura giusta, non era pingue, né troppo secco, e delicato di complessione (…). Era di ingegno sottile e capace, d’immaginativa apprensiva perfetta. Insomma Iddio l’aveva organizzato per essere tempio d’amor divino”.

La devozione verso S. Carlo da Sezze, pur affievolita nel tempo, non è mai venuta meno  soprattutto nei luoghi dove egli è vissuto. Per ricordare S. Carlo e i Santi della nostra città, nel 1995 è stato fondato il Centro Studi San Carlo da Sezze che, a norma dello statuto ha lo scopo di diffondere la conoscenza e la diffusione del messaggio spirituale di S. Carlo, attraverso varie iniziative, in particolare, attraverso le visite guidate, tenute dalla dottoressa Maria Serafina Venditti, alla casa natale di S. Carlo e ai luoghi da lui frequentati.

La casa natale di S. Carlo si affaccia sulla piazza di S. Lorenzo. L’edificio ha mantenuto quasi intatta la facciata originaria e grazie al provvidenziale restauro effettuato nel 2001 a cura dell’Amministrazione Comunale di Sezze, è stato possibile riorganizzare gli ambienti interni per renderli visitabili al pubblico. Il Centro Studi S. Carlo da Sezze, vi ha allestito una originale ricostruzione degli ambienti con oggetti e libri della storia del Santo e dei Santi della città di Sezze, come il Servo di Dio cardinale Pietro Marcellino Corradini di cui si celebra l’Anno Giubilare (dal 23 marzo 2008 al 2 giugno 2009) indetto da Papa Benedetto XVI per  il 350° anniversario della sua nascita. A dimostrazione, in un certo qual modo, di quanto diceva l’avvocato Filiberto Gigli “Sezze è una piccola Gerusalemme” , la nostra città si trova dunque, a vivere due eventi di fede importanti: il Giubileo Corradiniano e l’Anno Caroliano.

Sabato 18 aprile 2009 ore 17:30, sarà un momento di profonda gioia e commozione per la Città di Sezze e della Diocesi pontina, l’urna contenente le spoglie mortali di S. Carlo tornerà nella sua città natale, ad attenderla ci sarà il Vescovo della Diocesi S. E. Monsignor Giuseppe Petrocchi con le autorità religiose; il sindaco della città di Sezze dottor Andrea Campoli e i sindaci delle città dove S. Carlo è vissuto con le autorità civili e la popolazione tutta. Seguirà la processione fino alla cattedrale di S. Maria dove verrà celebrata la Santa Messa presieduta dal vescovo.

Con la Messa solenne avranno inizio le celebrazioni del 50° anniversario della canonizzazione. Per l’evento è stato istituito un Comitato composto: dall’Amministrazione Comunale di Sezze nella persona del sindaco dott. Andrea Campoli e del dott. Piero Formicuccia; dalle Autorità Ecclesiastiche nella persona dell’arciprete della cattedrale di Sezze don Luigi Libertini e dello storico, studioso della vita di S. Carlo da Sezze e del cardinale Corradini, direttore dell’archivio storico della cattedrale di Sezze don Massimiliano Di Pastina; e dal Centro Studi S. Carlo da Sezze nella persona del presidente cav. Giuseppe Oppo e del consigliere Lidano Pagani. Il periodo delle celebrazioni è definito Anno Caroliano, nel corso dell’Anno sono previste numerose attività volte a far conoscere la vita del Santo, tra cui conferenze, pubblicazione di libri, una rappresentazione teatrale sulla vita di S. Carlo curata nella regia dal professor GianCarlo Loffarelli, e visite guidate alla casa natale di S. Carlo. Sarà un modo per omaggiare il Santo e per sentirlo più vicino.

                                                 Dottoressa Maria Serafina Venditti

                                                  Centro Studi San Carlo da Sezze

 

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