Intervista al prefetto della
Congregazione delle cause dei santi
COME…
RICONOSCERE I SANTI
È
il titolo di un volume edito qualche anno fa, utilissimo per risalire dalle
raffigurazioni e dagli attributi ai numerosi titolari dell’aureola; lo abbiamo
preso in prestito per questa singolare intervista concessa da
S. Em.za il
cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei
santi, che ringraziamo sinceramente per la sua cortesia ed amabilità, peraltro
già sperimentata.., in casa, a Palermo, quando venne ad inaugurare il quadro
della S. Famiglia, riproduzione di quello conservato a Sezze, nella casa madre
della congregazione.

Il
cardinale Saraiva Martins con S. S. Giovanni Paolo II
Eminenza, ma i
santi non sono tutti uguali quando sono in paradiso?
Sì, in paradiso
sono tutti felici e beati nel godere e contemplare Dio.
la
santità comune dalla santità
canonica — riconosciuta
ufficialmente — o canonizzata.
Alla santità comune — o
universale — sono chiamati tutti i cristiani in forza del battesimo
ricevuto, che li inserisce vitalmente e irrevocabilmente in «Colui che è il
Santo di Dio»; l’invito di Gesù ad essere «perfetti come è perfetto il
Padre vostro» (Mt
5, 48) è rivolto
indistintamente a tutti i discepoli di Cristo: lo ricorda anche il concilio
ecumenico Vaticano II, quando sottolinea che tutti i fedeli sono chiamati alla
santità
E
i santi con l’aureola?
Come ho già
detto, oltre alla santità
comune esiste la santità
canonica, che consiste nel
vivere eroicamente le virtù cristiane: questa pratica virtuosa viene
riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa e da essa proposta come modello
all’intero popolo di Dio, proprio perché, come scriveva Pio XI,
a
tutti sia più facile raggiungere la vera santità .
Perché la
Chiesa propone al culto dei fedeli alcuni santi sì ed altri no?
Innanzitutto, il
santo canonizzato, benché si sia santificato come ogni altro nell’adempimento
del proprio dovere, nel proprio stato e nella propria condizione, è stato
scelto e portato da Dio ad una perfezione
singolare, diversa dalla
vita comune.
In secondo luogo,
un santo, per essere canonizzabile, deve essere portatore di un
carisma
di santità:
deve cioè
recare un “messaggio” da parte di Dio all’umanità, deve essere maestro e
collaudatore di una «via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del
mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità,
secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno» .
Come ha
scritto Giovanni Paolo il nella bolla di indizione del giubileo del 2000, la
santità «si manifesta nelle vicende di tanti santi e beati, riconosciuti dalla
Chiesa, come anche in quelle di un’immensa moltitudine di uomini e donne
sconosciuti, il cui numero è impossibile calcolare (cf. Ap 7, 9)» .
E la Congregazione delle cause dei santi, di cui
lei è prefetto, di che cosa si occupa?
Scopo della
Congregazione che presiedo è quello di studiare, in particolare, la santità
canonizzabile, quella cioè di coloro che sono presentati dalle Chiese e dalle
famiglie religiose come candidati agli onori degli altari.
Che
differenza esiste tra beati e santi?
La
beatificazione è stata introdotta in forma definitiva da Alessandro VII
(1599-1667): è l’atto pontificio con cui il papa riconosce il culto
nell’ambito di una Chiesa locale. La canonizzazione, invece, ha un carattere
dogmatico e definitivo, con cui il successore di Pietro prescrive il culto alla
Chiesa universale.
E come si
arriva alla proclamazione di un beato o di un santo?
Il cammino di
una causa di beatificazione e canonizzazione prevede due fasi successive:
quella diocesana
e quella
romana.
La fase
diocesana si svolge come un’inchiesta; semplificando — e restando al caso
del nostro cardinale Pietro Marcellino Corradini — lo scopo è quello di
riunire tutte le prove riguardanti una vita cristiana eroicamente vissuta,
l’esistenza e la consistenza di una vera fama di santità. Terminata
l’istruttoria, viene elaborata la copia autentica - in termini procedurali
si chiama Transunto
- che contiene tutto il
materiale raccolto nel corso delle interrogazioni dei vari testimoni. Questa
copia autentica - o Transunto
- viene inviata alla
Congregazione delle cause dei santi la quale, una volta accertata la validità
giuridica
del processo
diocesano, dà avvio alla fase romana del processo di beatificazione e
canonizzazione.
Solo per
restare al nostro caso, ricordo che il cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo
di Palermo, iniziò il processo di canonizzazione del servo di Dio cardinale
Corradini il 19 maggio 1993; il suo successore, il cardinale Salvatore De Giorgi,
lo ha chiuso il 17 ottobre del 1999; giunti a Roma, nella sede della
Congregazione delle cause dei santi, gli atti sono stati convalidati con decreto
che porta la mia firma, emesso il 16 marzo 2001.
Si tratta dunque di un processo lungo e meticoloso; una
volta giunta la causa a Roma, cosa succede?
La fase romana
comprende tutto un insieme di studi approfonditi, coordinati dal relatore della
causa, che porteranno alla redazione della Positio
sulla
santità della vita del candidato alla beatificazione.
In particolare, un
gruppo di esperti facenti parte della Consulta storica sarà chiamato a
pronunciarsi sul valore scientifico dei documenti pubblicati nella
Positio
e dei loro specifici
contenuti.
La causa passa, in
seguito, al Congresso peculiare dei consultori teologi, che devono rispondere ai
seguenti quesiti fondamentali: se è provata l’esistenza di una vera fama di
santità (senza la quale sarebbe assurdo parlare di beatificazione e
canonizzazione); se alla base della suddetta fama di santità vi sia, in
effetti, una autentica santità di vita che ha raggiunto il grado eroico. Ma non
è finita qui; il tutto passa poi all’esame del Congresso ordinario dei
cardinali e vescovi. Se quest’altro organismo si esprime positivamente,
approvando così il lungo e meticoloso lavoro dei consultori storici e teologi,
il prefetto della Congregazione porta tale risultato alla considerazione del
papa, che pronuncia l’ultimo e definitivo giudizio in merito e decide dunque
se procedere o meno alla beatificazione o canonizzazione del servo di Dio.
Come mai dopo un esame così lungo e meticoloso,
si richiede ancora un miracolo?
Secondo
l’attuale normativa giuridica, per procedere alla beatificazione di un servo
di Dio non martire si richiede un miracolo operato dal Signore per sua
intercessione.
Eminenza,
potrebbe darci una definizione del miracolo?
Il miracolo è un
evento straordinario che supera le leggi della natura, che suppone un intervento
speciale di Dio e che è, allo stesso tempo, un segno ed una manifestazione di
un messaggio di Dio all’uomo. I miracoli possono essere fisici o
morali, ma per le nostre cause e necessario un miracolo fisico; e, se consiste
in una guarigione, questa deve essere istantanea, completa e duratura, oltre che
inspiegabile secondo le leggi della natura, alla luce delle attuali conoscenze
mediche. La Chiesa esige dei miracoli per la beatificazione e canonizzazione
perché sono una sorta di “timbro” che Dio appone sul suo servo, con cui
garantisce la sua santità. L’esame delle presunte guarigioni miracolose è
compiuto prima sotto il profilo scientifico, cioè è studiato dai medici; poi
si pronunciano i Consultori teologi, ai quali spetta dire se la guarigione,
naturalmente inspiegabile secondo i medici, è o no un vero miracolo, avvenuto
per l’intervento del Signore invocato per intercessione del servo di Dio o del
beato. Anche nell’esame del miracolo l’ultima parola spetta al Congresso
ordinario dei cardinali e vescovi e, infine, al sommo pontefice.
Ma vale la pena mettere in moto tutto questo enorme
lavoro e tutte queste persone per proclamare beati e santi alcuni fedeli?
La Chiesa ritiene
di si. I beati e i santi manifestano la vivacità delle Chiese locali, sono «il
più grande omaggio, che tutte le Chiese» rendono a Cristo Signore, «la
dimostrazione
dell’onnipotente presenza del Redentore mediante i frutti di fede, di speranza
e di carità [ossia di santità] in uomini e donne di tante lingue e razze, che
hanno seguito Cristo nelle varie forme di vocazione cristiana» .
E poi le
canonizzazioni e beatificazioni hanno una grande importanza pastorale,
particolarmente
sottolineata da Giovanni Paolo Il: non va infatti dimenticato che una delle
linee portanti del suo ministero è stata, sin dall’inizio, la valorizzazione
della santità, convinto come è che la «storia della Chiesa è una storia di
santità» .
Eminenza, un’ultima domanda: quale
ruolo ha la santità nella pastorale della Chiesa?
La santità ha un
ruolo centrale nella pastorale della comunità cristiana: posto che, come scrive
ancora una volta Giovanni Paolo II nella Novo
millennio ineunte,
«fare
programmazione pastorale è una scelta gravida di conseguenze» , lo stesso pontefice
scrive che «la prospettiva in cui deve farsi tutto il cammino pastorale è
quella della santità» .
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Cfr. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen
gentium, n. 42.
Cfr. PIO XI, Discorsi,
vol. 1, Città del Vaticano 192, p. 364.
CONCILIO ECUMENICO
VATICANO II, Lumen
gentium, n. 50.
GIOVANNI PAOLO II, Bolla
di indizione del grande giubileo dell’anno 2000 Incarnationis
mysterium, n. 11
GIOVANNI
PAOLO II, Lettera apostolica Tertio
millennio adveniente, n. 37
GIOVANNI
PAOLO II, Incarnationis
mysterium. n. 11
GIOVANNI
PAOLO II, Novo millennio
ineunte, n. 31.
GIOVANNI
PAOLO II, Novo
millennio ineunte, n.
30.
Per gentile concessione della Congregazione delle suore
collegine della Sacra Famiglia
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