Itinerario
Arrivo a Porta Sant'Andrea
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Casa natale del Cardinal P. M. Corradini
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Museo Casa natale S. Carlo

Casa natale
Anche se le testimonianze non sono state
tutte concordi, una tradizione vivissima e continua nel tempo, suffragata da
esplicite indicazioni documentali, assegna come luogo natale di Giancarlo
Marchionne la casa che ancora oggi si affaccia su piazza S. Lorenzo.
Di modeste dimensioni, l’edificio ha
mantenuto la facciata originaria, mentre al suo interno più nulla risale al
tempo del santo; gli ultimi lavori di restauro, che sono serviti a salvare
l’abitazione da sicura rovina, hanno comunque definito una situazione di fatto
già profondamente mutata nel corso dei secoli.
Questa casa è strettamente legata a tutta
la prima parte della vita di san Carlo, fino a quando cioè, maturata in lui la
vocazione francescana, lasciò la città natale alla volta di Roma, per essere
ricevuto nell’ordine dei frati minori. In questa abitazione san Carlo consumò
l’ultimo pranzo con i suoi, come ci racconta lui stesso in un brano di rara
poesia e di profonda umanità:
Poco tempo mi trattenni a Sezze, quando mi arrivò l’avviso da Roma che quanto
prima vi dovessi andare perché si faceva la ricezione dei novizi, cosa che feci
sapere a quelli di casa. Prima che mi lasciassero partire mia madre volle che
aspettassi un giorno, perché insieme a mio padre e a tutti gli altri fratelli e
sorelle, quella mattina, si mangiasse insieme: fu per noi come il giorno di
pasqua. Accondiscesi alla sua richiesta e, mentre il giorno seguente stavamo a
mensa, arrivati alla fine quella buona donna, vinta dall’affetto materno, si
mise a parlare con me, mostrando di sentire molto la mia partenza, e al termine
del suo discorso mi disse queste parole: “Figlio mio, credo che questa sarà
l’ultima volta in cui mangeremo insieme, e non so se ti vedrò più; perciò ti
prego, per quell’amore che ti ho sempre portato, che di tua mano mi lasci
qualche cosa tra quelle che sei solito portare perché, vedendola, mi ricordi di
te e mi consoli nel mio dolore”. In questo momento così triste, aiutato da Dio,
vinsi me stesso e, volendola consolare, le dissi sorridendo che allora andavo
solo per essere ricevuto nell’ordine e che, prima di vestire l’abito, sarei
tornato; presi la corona del rosario, se non ricordo male, e gliela diedi.
Ripensando ora a quanto fece questa donna devota, non penso che fosse mossa
tanto dall’affetto materno, quanto che fosse spinta da Dio, il quale le ispirò
nel cuore che non mi avrebbe più rivisto in questa vita: successe appunto così,
perché quattro anni dopo l’ingresso nell’ordine passò da questa all’altra vita,
senza avermi più potuto vedere.
Massimiliano Di
Pastina
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Chiesa S. Lorenzo (XIII sec.)

La
chiesa di S. Lorenzo
San Carlo l’aveva sotto gli
occhi tutto il giorno: questa chiesa, che si affaccia sulla omonima piazza, è
infatti a pochi metri di distanza dalla sua casa natale.
L’edificio attuale, in verità,
ha subito radicali restauri che l’hanno profondamente modificato, alterando le
linee strutturali note ai tempi di san Carlo.
In effetti, Camille Enlart
ebbe modo di visitare la chiesa di S. Lorenzo nel 1890, durante gli studi
preparatori della sua opera sulle origini francesi dell’architettura gotica in
Italia, pubblicata quattro anni più tardi a Parigi. Lo spettacolo che gli si
presentò agli occhi fu, per lui, impressionante: nel tentativo di restaurare la
chiesa ormai fatiscente - addossata alla cinta muraria della città, di cui
occupa una torre - maestranze locali avevano provveduto ad una progressiva
demolizione delle antiche strutture; Enlart, sconsolato, scrive di averne vista
«commencer la démolition», esprimendo così tutta la sua personale riprovazione
per un restauro tanto radicale quanto spontaneo e dettato da esigenze
“pratiche”.
Purtroppo non si conoscono le
origini di S. Lorenzo, anche se la presenza di una vasta cripta - ora
inaccessibile - farebbe pensare ad un edificio paleocristiano più volte
rimaneggiato. Il Lombardini, il maggiore degli storici locali moderni, non
potendo essere più preciso, scrive che la chiesa «rimonta(…) ai primi secoli
della Cristianità», ma nella nuova edizione della sua storia, rivista a cura del
figlio Francesco, viene scritto che «fu edificata sopra un monumento pagano del
quale rimangono due colonne». E in effetti, come annotano L. Zaccheo e F.
Pasquali, nelle «immediate vicinanze della chiesa di S. Lorenzo è stato trovato
un frammento di fregio dorico con triglifi e metope decorate con alternanza di
bucrani e di rosette»: ma non si può affermare con sicurezza, solo sulla base di
questi resti archeologici, che la chiesa di S. Lorenzo sia stata edificata sulle
rovine del tempio di Apollo.
Le più antiche testimonianze
documentarie finora note riguardo alla chiesa risalgono al XIII secolo: un certo
«presbiterum Gotifridum, priorem ecclesie Sancti Laurentii» compare in un atto
del 18-25 febbraio 1272 in cui Sassone, «setino scriniario», fa convocare da
Bartolomeo Pendiconus, pubblico «preconem et mandatarium», alcuni
testimoni allo scopo di provare le condizioni di vendita delle acque e delle
peschiere di Mesa; S. Lorenzo è nominata anche fra le chiese di Sezze che nel
1331 versano la decima alla Camera apostolica.
Ci è pure sconosciuta l’epoca
dell’intervento architettonico cistercense, probabilmente dovuto alla scuola
monastica di Fossanova, ma dovette essere contemporaneo a quello effettuato,
sempre a Sezze, sulla cattedrale di S. Maria; l’Enlart ipotizza per S. Lorenzo
«une date voisine de 1300».
La chiesa conserva tuttora la
forma di un rettangolo allungato e irregolare - secondo la descrizione che ne
ha data lo studioso francese alla fine del secolo scorso - coperto da tre
campate con volte a crociera su doppia curvatura e senza modanatura. Le volte
sono sostenute da semicolonne addossate a pilastri doppi; di capitelli
dell’epoca se ne conservano ancora due, in prossimità del piccolo presbiterio,
lavorati uno a due grandi foglie ricurve («deux larges feuilles recourbeés»),
l’altro con due ordini di piccole croci.
L’Enlart alla fine del XIX
secolo ha sostanzialmente potuto osservare la stessa struttura e gli stessi
elementi architettonici che ancora oggi sono presenti nella chiesa, pur se resi
quasi irriconoscibili per i pessimi restauri cui sono stati sottoposti; sono
scomparsi però gli archi e le volte a sesto acuto - distrutti insieme al tetto
per far posto a nuovi archi a tutto sesto - e le basi delle colonne,
scalpellate per uniformarle al piano del nuovo pavimento, che Enlart così
descrive: «Les bases attiques, lègérement déprimées et munies de griffes,
étaient d’un beau profil; elles reposaient sur un socle couronné d’une
baguette».
Continuando nella descrizione
di S. Lorenzo, l’Enlart aggiunge che le finestre erano rettangolari e strombate
all’interno; il campanile, «fermé d’une arcade en tierspoint», era situato
nell’angolo sud-ovest della chiesa.
Il radicale restauro
ottocentesco, compiuto al tempo in cui era parroco di S. Lorenzo don Alfredo
Damiani (1870-1931), è testimoniato anche da una iscrizione - scoperta l’8
agosto 1982 - nella grande arcata di sinistra che accoglie attualmente un
confessionale: dipinta sul muro, è stata parzialmente ricoperta da una nuova
tinteggiatura della chiesa. Nel 1900, dunque, come testimonia questa iscrizione,
i lavori erano ormai finiti; allo scopo di condurre a termine il radicale
restauro, erano state attivate anche le autorità diocesane: la sacra
Congregazione del concilio, dietro viva istanza del vescovo diocesano Paolo
Emilio Bergamaschi, aveva concesso nel 1899 che per cinque anni i parroci e gli
economi curati delle diocesi di Priverno, di Sezze e di Terracina dovessero
celebrare le messe «nei giorni di feste soppresse non più (…) pro
populo, ma secondo l’intenzione del Vescovo Diocesano, onde le elemosine
delle messe applicate con questa intenzione siano erogate per la fabbrica della
Chiesa di S. Lorenzo in Sezze, ed ultimata poi questa, per i restauri di altre
Chiese povere, ovvero per provvederle dei necessari Arredi Sacri». Nel 1895 si
interessò ai lavori anche Ercole Boffi (1829-1895) del clero di Sezze, vescovo
di Bagnoregio: c’era il pericolo della «ruina totale del muro che prospetta la
piazza» e Boffi elargì somme cospicue, consegnate al vicario generale don
Alessandro De Angelis; sempre per suo interessamento, i lavori vennero diretti
«gratis col solo premio della Protezione (…) della Vergine del Carmelo, che ivi
si venera, dall’Egregio Ingegnere Signor Giuseppe Boffi fratello carissimo» del
vescovo.
Questo restauro ci è noto
anche da un’altra lapide di marmo, murata sulla parete destra della chiesa, in
prossimità della porta d’ingresso. Ultimi lavori di una certa entità furono
compiuti da don Lionello Ricci (1912-1984) nel 1942, con cui si provvide a
dotare la chiesa di un nuovo altare maggiore in marmo.
San Carlo da Sezze ne ricorda
con affetto il parroco, don Giuseppe Piacentino, succeduto a quel don Angelo
Rotundus che lo aveva battezzato nella cattedrale di S. Maria il 22 ottobre
1613. Nell’autobiografia usa toni delicati e pieni di malcelata gratitudine per
gli insegnamenti ricevuti da don Piacentino; ecco cosa scrive di lui:
tornai un’altra volta a scuola sotto la cura di un altro maestro, che era il
curato della nostra parrocchia di S. Lorenzo e che si chiamava don Giuseppe
Piacentino: un uomo molto serio, teologo e predicatore; postomi sotto la sua
disciplina, quale persona prudente volle conoscere il mio animo e che cosa avrei
voluto fare. Gli risposi che era mia decisione di farmi religioso di san
Francesco di quelli della Madonna delle Grazie, che sono i padri riformati, ma
che mi volevo fare frate laico, non da messa. Lodò grandemente questa mia
decisione e, come stupito e pieno di meraviglia, proruppe in queste parole che,
come mi hanno detto gli uomini dotti, sono di sant’Agostino, ma le disse in
latino: “Vengono gli ignoranti indotti e rapiscono il paradiso e noi con le
nostre lettere ce ne andiamo all’inferno”; continuando il suo ragionamento, mi
diceva che era contento che io andavo a scuola da lui e che mi avrebbe insegnato
solo quanto è utile allo stato dei religiosi laici, come il servire la messa, le
opere di misericordia, i sacramenti della Chiesa insieme ad altre devozioni e
virtù, che si praticano nell’ordine.
Massimiliano Di
Pastina
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Cattedrale Santa Maria (XIII sec.)

Basilica cattedrale
Le origini della cattedrale di Sezze sembrano risalire al III secolo quando,
sull’area dell’edificio attuale, pare sia stata costruita una ben più modesta
chiesa, dedicata a san Luca, che tradizionalmente è considerato
l’evangelizzatore della città. Nel corso del tempo, su quello originario sono
stati costruiti almeno altri tre corpi di fabbrica finché, durante il
pontificato di Urbano V (1362-1370), il visitatore apostolico Pierre le Chartier
emanò delle disposizioni che prescrivevano di restaurare le mura dell’edificio
sacro rovinate da un incendio. Così ristrutturata, la chiesa venne consacrata il
18 agosto del 1364 dal francescano Giovanni da Sora, «episcopus Terracinensis et
Setinus» (1362-1369): l’Archivio capitolare della cattedrale ancora conserva,
tra le sue pergamene più belle, il diploma originale di questa dedicazione.
I restauri promossi nel XVI secolo dal vescovo Luca Cardino (1582-1594) e
l’ultimo, eseguito nel 1968 dalla Soprintendenza ai beni artistici del Lazio,
hanno alterato sensibilmente la magnifica struttura gotico-cistercense della
cattedrale di Sezze, che, nell’attuale assetto, coincide praticamente con
l’edificio realizzato nel XIII secolo con l’innegabile apporto di maestranze
provenienti dal cantiere abbaziale di Fossanova. I lavori promossi dal Capitolo
della cattedrale nel 1926 avevano invece liberato la struttura da manomissioni
settecentesche.
A causa del capovolgimento del suo orientamento originario, la chiesa madre di
Sezze si presenta in maniera alquanto singolare e vanta un curioso primato: è
l’unica cattedrale al mondo con l’ingresso ricavato dalla primitiva abside. La
curiosa trasformazione risale alla fine del XVI secolo, durante i lavori
promossi dal già ricordato vescovo Cardino, allorché nella struttura
semicircolare posta nel fondo della navata centrale venne aperto un largo
portale, mentre dall’ingresso fu ricavato un più ampio transetto con una nuova
abside rettangolare. Modifica poco rispettosa dell’arte, ma dettata da esigenze
create da un sostanzioso incremento demografico della popolazione e quindi della
comunità cristiana, in una città che, di fatto, da qualche decennio era
effettivamente divenuta di nuovo sede del vescovo della diocesi.
Benché rovesciata, nel suo interno la cattedrale ha conservato in modo
soddisfacente la sua fisionomia, caratterizzata dalla ripartizione in tre
navate, quella centrale notevolmente più ampia e più alta - circa il doppio -
rispetto alle due laterali.
La divisione tra le navate è ottenuta da due file di sette pilastri in robusti
blocchi di calcare locale; questi elementi portanti non sono tutti uguali tra
loro: ad alcuni è infatti addossata una semicolonna, altri, invece, sono
caratterizzati da lesene che - assecondando una tipologia architettonica di
chiara matrice cistercense - si arrestano a circa tre metri dal suolo con
terminazioni a cono rovesciato, recanti elementi diversi e curiosissimi: volti
umani, croci di diversa fattura, scimmie, fiori... Tutte le lesene sono
sormontate da capitelli. I pilastri determinano otto campate che insistono su
archi a sesto acuto; la copertura della navata centrale è quindi scandita da un
numero corrispondente di piccole vele, a differenza di quella delle navate
laterali, che è a crociera.
Nell’originario emiciclo absidale - l’attuale ingresso, sovrastato da un
poderoso campanile di forma quadrangolare - si apre una lunga e stretta
finestra profondamente strombata.
Esternamente, la cornice superiore dell'abside è arricchita da finissimi
dentelli, anch’essi ricchi di curiose e varie decorazioni costituite da teste di
piccole scimmie, croci di varie forme, volti umani.
L’interno è caratterizzato dal baldacchino ligneo che sovrasta l’altare maggiore
basilicale: opera, insieme alla statua del patrono san Lidano d’Antena, dello
scultore francese Jean Poiret (1672), ripete il più celebre modello dell’altare
papale della basilica di S. Pietro in Vaticano.
Nel battistero, ricostruito sull’area di un edificio più antico originariamente
indipendente dall’attuale chiesa, si può ammirare un tabernacolo marmoreo per
gli oli santi attribuito a Paolo Romano (XV secolo); nello stesso luogo si
trovano i resti dell’antico ambone della cattedrale romanica e la grande vasca
battesimale, che fino al 1902 è servita per l’amministrazione del battesimo di
tutte le parrocchie della città.
Tra le opere di maggior pregio artistico va ricordata l’icone del Cristo
Salvatore, una delle pochissime opere datate e firmate da Giovanni da Gaeta
che la realizzò nel 1472, la grande tela della Madonna degli orfani di
Bentivegna (1602), il più recente bassorilievo della Stimmatizzazione di S.
Carlo da Sezze ed il paliotto marmoreo della Cena di Emmaus, entrambi
di L. Venturini (1962): opere, queste ultime, ultime, commissionate dal vescovo
Emilio Pizzoni (1951-1966).
Interessanti, sul presbiterio, i resti di un mosaico a tessere bianche e nere
d’epoca romana, che determinano un disegno geometrico di una certa eleganza;
insieme alle possenti strutture di probabile opera poligonale rintracciate in
questi ultimi mesi al di sotto dei Palazzo dei canonici, sembrano denunciare la
presenza in loco di un edificio molto antico, probabilmente avente
funzioni pubbliche e comunque collegato in qualche maniera con l’ancor
ottimamente conservata Posterula, un ingresso secondario aperto nella
cinta muraria di Sezze su cui si addossano parte delle strutture della chiesa.
Oltre al corpo del patrono san Lidano d’Antena - monaco benedettino vissuto dal
1026 al 1118 ed artefice, tra l’altro, di una riuscita bonifica della porzione
di paludi pontine posta tra Sezze e Sermoneta - nella chiesa madre di Sezze si
conserva anche il corpo di san Leonzio, un martire dei primi secoli del
cristianesimo, e le reliquie, traslatevi di recente, del venerabile fr.
Bonifacio da Sezze (1747-1799).
Con un decreto della Congregazione dei vescovi del 30 settembre 1986 la
cattedrale di S. Maria - già decorata, da Benedetto XIII (1724-1730) del titolo
di basilica, distinzione rinnovata nel 1808 dal Capitolo lateranense - ha
assunto il titolo di concattedrale.
In alcuni locali all’interno del Palazzo dei canonici, restaurati grazie al
contributo dell’Agenzia romana del Giubileo del 2000 ed un tempo utilizzati come
archivio e sale capitolari, oltre che quali collocazione del tesoro della
cattedrale, è attualmente in allestimento l’Archivio capitolare ed una delle
sedi del Museo diocesano di arte sacra.
Nel nostro itinerario alla
ricerca delle memorie caroliane, all’interno della cattedrale dobbiamo ricordare
il battistero, l’altare maggiore, l’altare del Crocifisso e il moderno altare di
S. Carlo da Sezze.
Il battistero
L’ambiente rettangolare si
apre sulla navata di destra. Sulla parete di fondo del battistero domina un
affresco del XIX secolo, recentemente restaurato, che raffigura il Battesimo
di Gesù, opera di mediocre qualità artistica.
Interessante invece è l'enorme
vasca battesimale che si trova al centro del battistero: ricavata da un unico
masso di calcare, è sorretta da un robusto supporto e fino ad una ventina di
anni fa era ricoperta da una cupola di legno, di nessun pregio artistico e per
questo opportunamente rimossa; la vasca risale al XVI secolo, ed è opera di
validi artigiani locali.
Sulla parete di destra del
battistero sono stati addossati, dopo i lavori di restauro del 1968, tre gruppi
marmorei di notevole pregio artistico.
Il primo risale all’XI-XII
secolo ed è quasi certamente ciò che resta dell'ambone romanico della vecchia
cattedrale: sul cilindro di calcare è raffigurata ad altorilievo un’aquila con
le ali aperte che poggia su un putto recante un libro aperto.
Su questo gruppo scultoreo è
stata collocata una piccola acquasantiera circolare, lavorata in maniera
elegante, risalente al XV-XVI secolo. Sopra quest’altro elemento, infine, si
trova un grazioso tabernacolo a forma di edicola, con sottarco a lacunari adorni
di rosette, del XV secolo, attribuito allo scultore setino Paolo Taccone, detto
Paolo Romano (1414-1471).
Ecco come ricorda san Carlo la
sua nascita e il suo battesimo, avvenuto nel battistero della cattedrale:
Dunque: nacqui, stando a quello che si trova scritto nel certificato di
battesimo, il 22 ottobre dell’anno 1613, di martedì, e fui battezzato il 27 di
quello stesso mese, in giorno di domenica; mi misero come nome Giovanni Carlo.
L’altare maggiore
L’altare maggiore, di stile
barocco, è opera dello scultore francese Jean Poiret di Nancy, che lo terminò
nel 1672; il modello ricorda il celebre altare della confessione di S. Pietro in
Vaticano.
L’altare venne edificato dal
vescovo Luca Cardino, che aveva intenzione di riporvi le ossa del santo patrono
Lidano; ma la solenne traslazione avvenne per mano del vescovo Fabrizio Perugini
che era succeduto al Cardino nell’episcopato: il memorabile evento avvenne il 18
giugno 1606. In ricordo dell’avvenimento venne posta una lapide.
Lo stesso Poiret, poi, scolpì
una grandiosa statua lignea di san Lidano, che fu posta nel centro del
baldacchino. Imponente ed austera raffigurazione del santo, che porta un'ampia
veste le cui pieghe sono svolazzanti suscitano un suggestivo effetto
chiaroscurale, san Lidano, munito del pastorale risalta per la «maschia vigoria
della barba fluente» e per la «serenità dello sguardo che ispira venerazione».
Nuovi lavori all’altare
maggiore vennero commissionati dai canonici, i quali ne interessano il cardinale
Pietro Marcellino Corradini che, inizialmente avvertiti i concittadini della
spesa ingente cui sarebbero andati incontro per far rivestire l’altare maggiore
di marmi pregiati, offrì poi tutta la sua collaborazione alla nuova impresa che
lo vide, come al solito, primo in generosità e gusto.
Il nuovo altare, «ex pretiosis
lapidibus in ampliorem formam (…) ornatum», venne solennemente consacrato «ad
honorem Gloriosissime Deipare Virginis Marie ab Archangelo Annunciate ejusdem
Cathedralis Titularis, ac S.Lidani Abbatis huius Setine Civitatis Principalis
Patroni».
La consacrazione dell’altare,
celebrata con la dovuta solennità, avvenne venerdì 24 giugno 1735, festa di san
Giovanni Battista: Gioacchino Maria Oldo (1671-1749), vescovo di Terracina,
Sezze e Priverno (1726-1749), era assistito all’altare da don Luca Fasci,
arciprete del Capitolo, da don Filippo de Magistris, arcidiacono, e dai
canonici Francesco Pacifici, Gregorio Cima, Francesco Iucci, Giuseppe Cerroni,
Francesco Maria Tuccimei, Ignazio Vilalobos, Filippo Tuccimei, Francesco
Valletta, Antonio Maria Berti e Leonardo Boffi, che presero parte alla liturgia
in abito corale; erano presenti i sacerdoti e i chierici di Sezze, oltre agli
alunni del seminario vescovile interdiocesano e ad una folla numerosa di fedeli,
che a stento la cattedrale sembrava contenere.
Però, a giudizio del vescovo,
il baldacchino dell’altare e la statua di san Lidano davano all’insieme della
composizione un carattere troppo pesante e così la statua fu tolta dall’altare e
collocata dentro una nicchia costruita in mezzo al coro, che nel 1771 fu
riccamente decorata con il notevole contributo finanziario del decano del
Capitolo dei canonici don Giacomo Fasci. In tempi recenti la statua, dopo
accurato restauro, è stata nuovamente posta al centro dell’altare. La nicchia,
ormai notevolmente compromessa dall’umidità, è parzialmente nascosta da un
massiccio organo del XVIII secolo, proveniente dalla villa pontificia di Castel
Gandolfo e donato alla cattedrale da Paolo VI (1963-1978).
Sulle pareti del coro si
potevano ammirare, fino al recentissimo restauro della cattedrale, i due grandi
arazzi eseguiti in occasione della beatificazione di san Carlo da Sezze, nel
1882. Rappresentano i due miracoli riconosciuti dalla santa Sede: lo stigma
prodigioso apparso nel cuore di san Carlo dopo la sua morte e l’improvvisa
guarigione da un cancro all’utero di Angela Mazzolini.
Nello stendardo di destra,
sotto la raffigurazione del miracolo, è scritto: STIGMA DVRVM PELLVCIDVM IN
LAEVO B.CAROLI LATERI / POST EIUV OBITVM EXORITVR / AC PAVLLATIM INCRESCENS /
INDICIVM FACIT VVLNERIS / QVOD IPSI OLIM SACROSANCTAM HOSTIAM / ADORANTI
DIVINIBVS INFLICTVM / FVERAT.
In quello di destra si può
leggere invece: ANGELA MAZZOLINI CANCRO VTERI PROPE INTERIMEM (?) / B.CAROLVM
SIBI DEPRECATIONEM ADSCISCIIT / EIVSQVE EFFIGIEM PIE DEXENERATA / REPENTE
CONSANESCENS / CRVDELI MORBO ET MORTIS PERICVLO / LIBERATVR.
Curioso l’incidente che
occorse a san Carlo, proprio per essersi recato a Sezze, in cattedrale, a
pregare sulle spoglie di san Lidano:
Avvenuta la morte del padre generale fr. Giovanni da Napoli, gli successe
come vicario generale il p. Daniele da Dongo, milanese, il quale cadde
gravemente ammalato qui, nel convento di S. Pietro in Montorio.
Durante questa sua infermità il detto padre, per sua devozione, mi ordinò che
andassi a trovarlo due volte al giorno (…) e che lo benedicessi con la reliquia
del beato fra Salvatore; nello stesso reliquiario c’era una reliquia di san
Lidano, al quale santo lo esortavo che anche si raccomandasse, sperando che gli
avrebbe ottenuta la salute.
L’infermo era molto peggiorato e dato ormai per spedito quando un giorno,
verso l’ora del silenzio, mentre stavo ritirato camera, mi venne improvvisamente
un empito di spirito così grande, che mi convinse a raccomandarlo con
particolare devozione a questo glorioso san Lidano, con fiducia di ottenerne la
grazia. Promisi che, come ringraziamento per la grazia ricevuta, sarei andato a
visitare il suo corpo che è conservato nella chiesa maggiore di Sezze, se i
superiori ne fossero stati contenti.
Il detto padre migliorò subito ed essendo guarito completamente, gli feci
presente l’obbligo che avevo di far tale pellegrinaggio, rimettendomi però a
quello che lui mi comandava, non potendo noi disporre della nostra propria
volontà, non essendone padrone, e neanche fare un voto senza il permesso.
Avendomi sentito, volentieri si compiacque che facessi tutto. Con l’occasione
che uno dei nostri padri doveva andare in un convento vicino dove era il santo,
mi accompagnò con quello, ordinandogli che, in qualunque altro convento si
fermasse, dal guardiano che vi risiedeva mi avesse fatto fare d’ordine suo
l’obbedienza di poter eseguire il rimanente del viaggio e mi avesse dato un
compagno.
Con questo si partì da Roma alla volta di Frascati, nel qual convento si
fermò, senza più andare avanti. Mi fece fare da quel padre guardiano
l’obbedienza e dare un compagno, come aveva ordinato il padre vicario generale,
e andai a visitare quel santo corpo a Sezze. E, soddisfatta la devozione, tornai
a Frascati e ritrovai che quel padre, con il quale vi ero andato, era ritornato
a Roma e aveva notificato al padre ministro provinciale la mia andata a Sezze,
senza dirgli che mi aveva mandato il superiore generale e immagino che se
l’avesse molto a male, essendo andato senza il suo permesso.
Partii dal convento di Frascati accompagnato da un altro dei nostri religiosi
e trovai quei padri che stavano con grandissimo timore di essere castigato come
apostata avvertendomi, per loro carità, del fatto come passava (…). Non mi
sgomentai di quanto successo, benché naturalmente sentissi timore; facendomi
coraggio, raccomandandomi a Dio e con buona coscienza, andai dal padre ministro
provinciale a rendergli obbedienza ritrovandolo che era solo nella sua stanza,
ed era in quel tempo ancora il p. Giuseppe da Roma, della famiglia Rivaldi, il
quale con carità mi corresse dell’essere andato a Sezze senza la sua licenza.
Volle sapere con precisione come vi ero andato, non volendo agire di fretta
poiché era molto prudente e dotto. Gli diedi relazione veritiera di tutto,
dicendogli che ciò fu in servizio del padre vicario generale e che vi ero andato
con la sua obbedienza e di non aver pensato di notificarlo quando avevo preso la
sua benedizione, volendo così l’educazione e la modestia religiosa.
Avendomi sentito, mi fece alzare in piedi, mi abbracciò e mi diede la sua
benedizione e, senza darmi alcuna penitenza, mi rimandò a S. Pietro in Montorio
dove quei padri credevano che il giorno seguente sarei stato ripreso in pubblico
refettorio dal superiore e messo in carcere come apostata.
Andai a S. Pietro in Montorio e trovai i frati alterati per la mancanza che
credevano che io avessi commesso. Resi l’obbedienza al padre vicario generale,
che si rallegrò molto del mio ritorno e della grazia della salute che il Signore
gli aveva fatto per intercessione del glorioso san Lidano; ricevuta la sua
benedizione, senza fargli sapere cosa alcuna di quanto succedeva con i frati,
andai a trovare il padre guardiano, che era allora p. Barnaba di Palermo,
persona assai mite: anche lui era arrabbiato e mi rimproverò per la mancanza che
credeva avessi commesso; per penitenza, mi comandò che non rientrassi, fino a
suo ordine, in sacrestia, ma che andassi come compagno del cercatore di legna
per Roma, dietro al somaro.
Abbracciai volentieri l’obbedienza, senza giustificarmi o fare parola con il
padre vicario generale di quanto mi si faceva, lasciando passare ogni cosa,
tenendo più conto di obbedire e di essere mortificato, piuttosto che di far
sapere la mia innocenza; spiegai la cosa solo al mio confessore, che era p.
Antonio dell’Aquila, durante la confessione, perché non si preoccupasse.
L’altare del Crocifisso
L’altare di cui parliamo si
trova sulla navata laterale di sinistra della cattedrale: conserva il prezioso
Crocifisso di legno del XVII secolo, creduto opera di fr. Vincenzo da Bassiano
ma più probabilmente attribuibile a fr. Paolino da Val di Noto.
San Carlo vi si fermava spesso
in preghiera:
prima di uscire di casa per le cose che dovevo fare, mi recavo, prestissimo,
per mia devozione, nella chiesa maggiore di Sezze, che si chiama S. Maria, a
pregare davanti un Crocifisso molto antico, che si trova nella prima cappella
entrando a sinistra: lì mi trattenevo un po’ di tempo, rinfrancandomi nostro
Signore con la sua divina consolazione con la preghiera di raccoglimento: mi
rinnovavo tutto nell’anima, nella devozione e nella composizione interna.
E in effetti, davanti a questa immagine Giancarlo Marchionne prende
congedo dalla sua città nel momento in cui sta per intraprendere il viaggio che
lo condurrà a Roma, per essere accolto tra i frati minori:
La mattina, prestissimo, dopo essere stato alla chiesa maggiore a pregare
davanti il crocifisso che ho già ricordato, con la benedizione di mio padre e di
mia madre uscii per l’ultima volta da quella città dove tanto avevo offeso il
Signore, e mi trasferii a Roma.
La cappella di S. Carlo da
Sezze
L’altare di questa cappella fu
consacrato, alla presenza di tutto il clero diocesano e di una folla
impressionante di fedeli, dal vescovo Emilio Pizzoni (1951-1967) il 4 agosto
1962, a ricordo del 3° Congresso eucaristico delle diocesi di Terracina,
Priverno e Sezze.
L’altare è un blocco
monolitico di calcare con un bassorilievo rappresentante la cena di Emmaus,
opera dello scultore Luigi Venturini, che ha firmato pure la pala in terracotta
della cappella, raffigurante la stigmatizzazione di san Carlo da Sezze
(1613-1670).
Massimiliano Di Pastina
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Museo "Antiquarium Comunale"
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Monastero S. Chiara

Il
monastero delle clarisse
Il monastero di S. Chiara
veniva ad affiancarsi all’altra presenza di vita consacrata femminile, molto
antica, costituita dalle monache benedettine di S. Lucia che, dopo una vita
fiorente, verrà abbandonato per mancanza di soggetti ed entrerà a far parte
delle proprietà del Capitolo della cattedrale.
Nel testamento rogato dal
notaio Giovanni Ferrari di Sermoneta il 16 febbraio 1266, Giovanni Sapiente
lasciava in eredità «Fratribus minoribus de Setia X solidos, et monialibus X
alios solidos»: è la prima notizia documentaria riguardo alla comunità
francescana di Collegrotte - fondata qualche decennio prima - ed alle clarisse
del castello di monte Trevi, una località poco distante da Sezze.
La presenza delle monache di
santa Chiara in questo castello ci è attestata esplicitamente da una bolla del
17 aprile 1313 con la quale Clemente V, da Avignone, concedeva indulgenze e
privilegi spirituali al monastero delle clarisse.
Il castello di monte Trevi fino
al 1205 era appartenuto ai setini; Innocenzo III lo aveva quindi concesso ai
signori di Ceccano nella persona del conte Giovanni. Passato successivamente ad
un ramo cadetto dei Pagani, i quali cambiarono nome assumendo quello di «signori
di Trevi», per eredità fu acquisito dai Normisini ed infine venne in possesso
dei Caetani; occupato nel 1404 dal re di Napoli Ladislao di Durazzo che lo
mantenne per anni, fu restituito all’antipapa Giovanni XXIII a malincuore, data
la sua ottima posizione strategica.
Con l’avvenuta restituzione
alla Sede apostolica la popolazione di Sezze insorse contro Trevi distruggendola
in modo pressoché totale, temendo che la roccaforte venisse di nuovo concessa in
feudo, e riprendessero quindi le angherie e le vessazioni che i castellani di
turno mai avevano risparmiato ai setini.
Le clarisse dovettero
necessariamente abbandonare il castello e il loro monastero; non siamo in grado
di affermare se, dopo l’esodo forzato da Trevi, la comunità trovò subito riparo
all’interno delle mura di Sezze: sarebbe stata questa la decisione più ovvia, e
per vari motivi, ma non è finora documentata.
È attestata invece, nella
seconda metà del XVI secolo, la nascita di una nuova presenza clariana nel
centro storico di Sezze: il 29 settembre del 1566 le autorità cittadine
deliberarono di costruire un monastero nelle adiacenze della chiesa parrocchiale
di S. Pietro, da cui avrebbe preso il nome; per curarne gli inizi e il
successivo governo, le autorità decisero di eleggere tre «depositarii delle
elemosine» e tre procuratori.
Ad una attenta lettura degli
eventi, ci si rende conto di una precisa strategia di riqualificazione delle
presenze religiose e delle evidenze architettoniche nella parte più antica di
Sezze, determinate in maniera preponderante dal nuovo collegio della Compagnia
di Gesù .
La creazione dell’insula
gesuitica nella zona di S. Pietro ha comportato il sacrificio delle due vecchie
chiese parrocchiali di S. Angelo e di S. Nicola, ma ha significato anche
l’integrale riorganizzazione di un quartiere che appariva disordinato e ormai
fatiscente; un radicale riassetto edilizio che ha interessato anche la zona
attualmente delimitata a sud da via Cavour e a nord da via Corradini, sorta a
ridosso dell’unico tratto ancora conservato della recinzione particolare
dell’acropoli, un muro in opera poligonale di IV maniera: proprio la
costruzione del nuovo monastero ha finito per dare un volto nuovo alla zona,
ancora oggi fortemente caratterizzata dalla grande e austera facciata del
complesso di S. Chiara.
La nuova costruzione ha
completamente assorbito gli edifici della chiesa parrocchiale di S. Pietro e,
probabilmente, anche alcune abitazioni private; gli immobili utilizzati allo
scopo sono precisati nell’Informatione, della Parochiale di S. Pietro di
Sezze, un manoscritto rilegato tra le carte della visita pastorale
effettuata dall’ordinario diocesano Domenico Ercole Monanni nel 1707: il
documento, redatto dal parroco di S. Pietro don Pietro Paolo Vincenzi, specifica
che «per fabricare, et augumentare il materiale di detto Monastero, pigliorno la
Chiesa di S. Pietro, con il Campanile, e Campane, Case Parochiali, Giardini, con
suoi annessi, e pertinenze, vedendosi anche adesso l’antichi vestigij, e segni,
come si puol riconoscere, dalla statua, di S. Pietro, esistente, in una nicchia
nel Cortile, dentro detto Monastero, e dalle chiavi, che stavano intagliate, in
pietra, sopra il Portone vecchio, prima della costruttione, del novo Stemma, di
detta Parochiale».
I lavori andarono, in verità,
molto a rilento: nel 1567 Sebastiano Baratta scriveva nel suo testamento di
questa intenzione «di far monastero di monache», mentre in un altro testamento
del 1574 si stabiliva un legato in danaro per il monastero «monialium quod nunc
costruitur in loco dicto Ecclesia S. Petri».
Il nuovo edificio fu occupato
dalle clarisse, anche se l’originaria destinazione era per le monache
domenicane; venne loro affidato nel 1581, come scrive p. Ludovico da Modena. Il
30 marzo 1597 il vescovo diocesano Fabrizio Perugini decretò l’unione e
l’incorporazione della chiesa di S. Pietro al monastero di S. Chiara,
trasferendo la parrocchia nella vicina chiesa dei S.S. Sebastiano e Rocco,
costruita nel 1527.
I lavori di adattamento si
protrassero ancora per qualche altro anno: nell’architrave della porta della
chiesa è infatti scritto:
Venerandus est
locus iste / in quo orant virgines Christri / 1603.
Nel 1706 venne invece
innalzato l’artistico portale del monastero, di una certa eleganza, sul cui
timpano venne incisa una nuova iscrizione:
D.O.M. / Virgineas ducens acies / lumine
Clara domum / MDCCVI.
Sin dai primi tempi della
fondazione il monastero poté accogliere un gran numero di monache, come peraltro
testimonia nel secolo XVII Giuseppe Ciammarucone: «vivono in esso cinquanta
monache professe, oltre alle zitelle d’educazione. Si davano in prima quattro
cento scudi per la dote ma il Vescovo presente l’ha cresciuta alli seicento».
Nel 1989 la comunità delle
clarisse di S. Chiara si è trasferita a Latina: una decisione discutibile sotto
vari aspetti, e di fatto resa operativa dopo anni di ripensamenti e di
verifiche; il nuovo monastero è stato edificato in una zona periferica del
capoluogo di provincia, ma contrassegnata da una forte e disordinata
urbanizzazione. Le monache, che negli anni ’60 del secolo appena trascorso
avevano acquistato il terreno perché in aperta campagna, si trovano ora ad
abitare un edificio incompiuto, che confina da un lato con una scuola pubblica e
da un altro con una chiesa parrocchiale, circondato da palazzi e da abitazioni
private che ne condizionano sensibilmente la necessaria riservatezza.
La memoria di san Carlo è
legata soprattutto alla figura della sorella, suor Maria Francesca di Gesù
(Valenza Marchionne).
Massimiliano Di
Pastina
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Chiesa SS. Pietro e Paolo (XVI sec.)

Collegio della Compagnia di Gesù
Sorti tra il XVI e il XVII
secolo, il collegio della Compagnia di Gesù di Sezze, divenuto in seguito
seminario vescovile, e la chiesa dei S.S. Pietro e Paolo - da sempre conosciuta
come S. Pietro - sono il risultato di una imponente opera di trasformazione
edilizia dell’impianto medioevale del quartiere corrispondente alla vecchia
acropoli della città.
I lavori, condotti in clima di
concorde e leale collaborazione tra i gesuiti e le autorità di Sezze, hanno
comportato una organica riqualificazione del tessuto urbano, costituito da orti,
stradine poco praticabili, vecchie case perlopiù abbandonate (ad esclusione,
sembra, di un bel palazzotto con evidenze architettoniche quattrocentesche) e da
due antiche chiese, S. Angelo (S. Agnilo, scrivono i documenti
dell’epoca) e S. Nicola.
Un primo gruppo di gesuiti fu
inviato a Sezze dal preposito generale della Compagnia p. Claudio Acquaviva per
i contatti preliminari necessari alla fondazione di un collegio, dietro le
insistenze della municipalità di Sezze che intendeva così risolvere il problema
dell’istruzione scolastica. Le attività dei religiosi iniziarono qualche anno
più tardi, dapprima in casa dell’arciprete di Sezze e poi in locali ancora
provvisori.
Nell’Instrumento della
fondatione, stipulato a Roma il 27 febbraio 1589, la «Comunità di Sezze» si
obbligava a «provedere li Padri di sito, Chiesa, et habitatione sufficiente per
il Collegio conforme al Modello, che poi si fece per ordine del P. Generale, à
cui sodisfattione si doveva fare il tutto».
Alcune difficoltà si
frapposero alla pronta realizzazione del complesso gesuitico, soprattutto
riguardo alla costruzione della chiesa del collegio, che fu dovuta iniziare non
dall’abside - come d’uso - ma dalla facciata, allo scopo di ritardare il più
possibile il progettato abbattimento della chiesa di S. Angelo, nell’attesa che
si giungesse ad un accordo con il vescovo diocesano Fabrizio Perugini
(1594-1608) che non riteneva necessario - anche per insistenza del clero della
parrocchia - un intervento così radicale; non c’erano state invece difficoltà
riguardo alla trasformazione della chiesa di S. Nicola (già concessa, «cum eius
domo», da Sisto V alla Compagnia di Gesù con un breve del 1° marzo 1588, e che
costituisce il “nucleo” della fondazione) dapprima riadattata dai gesuiti per
l’esercizio dei ministeri e poi definitivamente inglobata nella nuova fabbrica,
di cui costituì parte della cappella dei religiosi.
Il preposito generale p.
Acquaviva rimise a p. Giovanni De Rosis (1538-1610), valente architetto gesuita,
l’incarico della progettazione e della direzione dei lavori della chiesa e del
collegio di Sezze, cui p. De Rosis attese, con frequenti visite al cantiere, tra
il 1591 e il 1608.
I lavori di sistemazione
generale del complesso e di arredo interno della chiesa continuarono ancora per
vari anni: nel 1630 venivano terminate le cappelle laterali di S. Ignazio di
Lodola e di S. Bono; ma la ricevuta con la quale Andrea Ruggirei, il 22 luglio
1664, attesta di aver riscosso «scuti dodici in dui dobloni di oro da Mol.R.P.
Fratesco Scofizzi procuratore di detto Collegio» per il «conblimento di scudi
cento (…) per conblimento dell’altare di san. Ignazio del Collegio di Sezze»,
testimonia che i lavori della chiesa proseguono dopo vari decenni dalla posa
della prima pietra.
Massimiliano Di
Pastina
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Monumento a S. Carlo
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