SANTA VENERANDA PARASCEVE

Sarebbe stata martirizzata sotto Antonino Pio verso il 160, ha goduto di una
grande popolarità durante il Medioevo e su di lei sono state scritte non meno
di quindici passiones e un Elogio riportati in manoscritti dei secoli XI e XVI;
pochi di questi testi però sono stati pubblicati. Di una sola passio si conosce
l'autore, Giovanni, prete dell'isola di Eubea (1495; Cod. II C 33 della Bibl.
Naz. Di Napoli), mentre le altre sono anonime; l'Elogio è stato scritto da
Giorgio Acropolita nel sec. XIV (Cod. Ambros. P 210).
La storia di santa
Paresceve, e soprattutto le meravigliose peripezie del suo martirio
costituiscono un vero e proprio romanzo, caro ai cristiani dei secoli antichi
che rimanevano edificati di fronte agli esempi dei santi, pur senza prestar fede
ai fatti narrati, che costituivano soltanto un abbellimento letterario per
destare l'interesse del lettore: tormenti subiti, miracoli straordinari,
discorsi apologetici, ecc. La vita e il martirio di santa Paresceve presentano
tutti questi caratteri e, inoltre, due particolari risultano assolutamente
inverosimili: l'esistenza di un monastero femminile a Roma nella seconda metà
del sec. II, e la pubblica predicazione del Vangelo ad opera di una fanciulla,
cosa discordante coi costumi dell'epoca e contraria al divieto fatto da s. Paolo
alle donne di predicare la parola di Dio.
Ed ecco il riassunto delle quattordici pagine che un autore greco moderno ha
dedicato alla santa Paresceve: nacque a Roma sotto l'imperatore Adriano da
genitori cristiani, ricchi e pii, che avevano ottenuto con le loro preghiere la
sua nascita. Essi morirono quando la figlia aveva ventisei anni e Paresceve
vendette i beni che aveva ereditati e distribuì il ricavato ai poveri; poi si
ritirò in un monastero femminile della città. Dopo un certo tempo abbandonò
il monastero per predicare pubblicamente la dottrina cristiana, ma, denunciata
da alcuni giudei ad Antonino Pio come ostile alla religione ufficiale, comparve
davanti all'imperatore, il quale, vanamente, dapprima con promesse poi con
minacce, tentò di farla apostatare. Per punirla fece riscaldare sulla fiamma,
fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le
posero sul capo senza alcun danno per lei. Molti pagani vedendo questo prodigio
si convertirono e l'imperatore li fece uccidere o esiliare. Riportata in
prigione, un angelo viene a confortare Paresceve e la libera dai ceppi.
L'indomani viene condotta nuovamente davanti all'imperatore che la fa appendere
per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, ma
senza alcun successo. Si ricorre allora ad un altro supplizio: viene preparata
una grande caldaia piena di olio e pece bollente ed in essa viene immersa la
santa; ella con le proprie mani getta sul viso dell'imperatore uno spruzzo del
liquido bollente e alla fine esce ancora una volta indenne; Antonino si
converte, lei lo guarisce delle sue piaghe e lo battezza!
Successivamente Paresceve si reca in altre città per continuarvi il suo
apostolato: arriva in un paese governato da un certo Asclepio che la interroga
sulla sua religione e rimane turbato dalle sue risposte; poi la fa condurre
fuori della città in una grotta abitata da un terribile drago. Ella traccia un
piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista
Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono battezzati. Alla fine
Paresceve arriva in una città governata da un certo Taresio che si oppone
egualmente alla predicazione del Vangelo e ricorre al supplizio della caldaia
nella quale viene versato oltre all'olio e alla pece, anche piombo, ma la santa
non soffre alcun danno. Successivamente viene fatta sdraiare a terra, inchiodata
con dei paletti, duramente colpita con flagelli e riportata infine in prigione:
durante la notte le appare Cristo circondato dagli angeli che la guarisce da
tutte le sue ferite.
In occasione di una nuova comparsa davanti al governatore, Paresceve si fa
condurre nel tempio di Apollo e apostrofa la statua dell'idolo affermando che
non ha alcun valore; Apollo risponde che egli non è affatto un dio. Allora
alcuni sacerdoti ingiuriano la martire, la cacciano via dal tempio e chiedono
con alte grida a Taresio di metterla a morte. Egli la fa decapitare, ma la
martire non muore senza aver pronunciato prima un discorso apologetico. I fedeli
raccolgono il suo corpo. Lo seppelliscono segretamente e la tomba diventa meta
di pellegrinaggi e numerosi miracoli vi si compiono. Nell'Italia meridionale è
venerata con i nomi di s. Venera, Veneria o Veneranda.
La memoria della santa figura soltanto nei menei moderni il 26 luglio, ma anche
1'8 e il 9 novembre.
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