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VENERABILE BONIFACIO DA SEZZE

 

Fra Bonifacio nacque a Sezze, il 4 settembre del 1717, e nel battesimo i suoi genitori, Lidano Monaco e Vittoria De Sanctis, gli dettero i nomi di Luca, Antonio, Vincenzo. La sua fu un’infanzia molto difficile: gravemente malato nei primissimi anni di vita, riuscì a sopravvivere, ma il fisico ne fu così irrimediabilmente minato che per tutta la vita la salute fu sempre precaria. Ci sfuggono le cause del fatto. Benedetto Spila, che scrisse alla fine del secolo scorso servendosi di una «Vita» manoscritta redatta dal p. Pier Maria da Roma che dovrebbe ancora conservarsi nell’archivio della Postulazione dell’Ordine dei frati minori, afferma che «per gravi disturbi sofferti dalla sua genitrice, succhiò il bambino un latte infetto»; ma una diagnosi precisa, sulla base delle fonti a disposizione, è impossibile farla. Lo stesso fra Bonifacio dirà più tardi: «ero piccolo di statura, di poca salute e di carnagione cattiva». Dunque la malattia gli procurò pure segni o piaghe sulla pelle?
Ancora più dure per il bambino furono le conseguenze che da quel fatto ne derivarono: in un tempo in cui un figlio rappresentava una ricchezza, perché quantificabile come una nuova «forza lavoro», il padre non accettò la condizione di salute del figlio, cagionevole e di aspetto non certo attraente. Un fanciullo che avrebbe avuto così bisogno di maggior cure fu invece sottoposto a severe punizioni, sentendosi rifiutato più che accolto.
In giovane età, Luca entrò in contatto con i frati minori riformati, che a Sezze vivevano nel convento di S. Maria delle Grazie (dopo il 1870 trasformato in cimitero comunale), dove il p. Francesco da S. Gregorio, che intuì subito le qualità del ragazzo, si occupò di seguirlo spiritualmente, iniziandolo alla preghiera e alla meditazione, soprattutto alla meditazione della passione di Cristo, tratto distintivo di tutta la spiritualità francescana: iniziò così un forte cammino ascetico, dove il desiderio di conformarsi al Cristo sofferente, piagato e dolorante sulla croce, lo spingeva ad affrontare le più dure mortificazioni, che non poco temprarono il suo spirito.
Vivo e forte fu subito in lui l’amore all’Eucarestia, che si concretizzava in prolungate ore di contemplazione davanti al santissimo Sacramento, che accendevano in lui una solidarietà sempre più profonda cogli uomini, con tutti gli uomini: «Sono state tante le brame della santa carità che voi mi avete date, mio Dio, che sarei voluto stare ad ardere nelle fiamme dell’inferno, purché tutti si fossero salvati», sono sue parole trasmesse dalla «Vita» di p. Pier Maria da Roma.
Eppure Luca viveva un profondo dramma interiore, causatogli dalla sua vicenda personale e familiare, che avevano generato in lui un atteggiamento di sfiducia e di pessimismo nei suoi stessi confronti. È proprio lui a testimoniarcelo: «Io quando stavo nel secolo non sapevo che stato mi pigliare, perché se mi facevo religioso avevo paura, perché ero piccolo di statura, di poca salute e di carnagione cattiva... Ed io per queste imperfezioni della mia vita avevo paura di farmi frate, e sopra quèsto timore che io avevo, mi pare che spesse volte mi sentivo dire che andassi e non avessi paura, perché mi pareva che mi dicesse che Lui mi assisteva».
Quando finalmente Luca si decide a rompere gli indugi, a trent’anni, ormai, e a chiedere di essere ammesso tra i frati minori riformati, le stesse difficoltà che lo avevano fino a quel momento bloccato influenzarono negativamente i suoi superiori, che non volevano accettarlo, convinti che il suo stato di salute non gli avrebbe permesso di abbracciare il ritmo di fatiche sostenuto dai fratelli laici. Fu il suo atteggiamento, umile e totalmente remissivo verso la decisione negativa presa nei suoi confronti, a convincere l’intero definitorio a tornare sui suoi passi e ad accoglierlo nella famiglia religiosa, il 30 aprile 1777, col nome di fra Bonifacio.
Addetto ai più umili uffici, non mancò di attirare presto l’attenzione dei frati e del popolo per l’austerità della sua vita e per il carisma del discernimento e della profezia, per cui veniva consultato da molti, anche potenti e personaggi influenti: celebre è rimasta la sua profezia al papa Pio VI dove il frate, parlando in dialetto setino (fu perciò necessario che il p. Orazio da Vignanello traducesse al pontefice), gli predisse le peripezie e tribolazioni che avrebbe dovuto sostenere a causa di Napoleone.
Ma l’orma più forte impressa da fra Bonifacio fu certamente nel campo dell’apostolato caritativo, dove forse fu spinto da una sensibilità che gli proveniva anche dalla sua esperienza personale: non gli sfuggirono infatti le condizioni di tanti ragazzi orfani, o comunque in mezzo alla strada perché nati in una famiglia assolutamente incapace di assolvere il proprio compito educativo. Per quei ragazzi, che rischiavano di intraprendere strade pericolose, egli fondò un orfanotrofio a Sezze e un «Ospizio di poveri ragazzi» a Roma: quest’ultimo verrà poi fuso coi «Tata Giovanni» e il «Tata Francesco» e quindi compresi sotto la denominazione comune di «Ospizio della SS.ma Assunta detto di Tata Giovanni».
Quando nel pieno del suo fervore caritativo fu richiamato nella casa del Padre, la morte non lo colse impreparato e tutti i suoi ultimi sforzi furono offerti per i peccatori, per i quali egli pregava insistentemente, intercedendo con lacrime. E per essi furono le sue ultime parole, quando il 6 settembre del 1799 tornò al Signore, mentre si trovava a Sezze, la sua città. nella quale aveva vissuto la maggior parte della sua vita e dove fu subito acclamato come santo. E a Sezze rimasero le sue spoglie, tumulate nella chiesa del convento di S. Maria delle Grazie che, per lungo tempo furono meta ininterrotta di tanta gente e che a tutti ricordano ancor oggi che «la carità copre una moltitudine di peccati».
Felice Accrocca

La profezia:
«Il Pontefice lo interrogò: "Ebbene, che dite voi delle cose del momento, come finiranno?". Fra' Bonifacio tutto infiammato nel volto e commosso dallo spirito di Dio: "Bene, Padre santo, rispose: ma prima sarai sbalzato dal trono della tua autorità"; ed appressandosi sempre più al trono del Pontefice, ne abbracciò le gambe, e stringendolo fortemente, soggiunse: "Tre giorni e tre notti in ispirito ti ho tenuto così abbracciato, perché Dio ti voleva levare dal mondo; ma io gli dicevo, no, Signore; piuttosto mi farò staccare la polpa dalle ossa, che cedertelo. E Iddio allora disse: Bene, te lo sbalzerò dal suo trono della terra, ma non dal trono del cielo". E come il Santo Padre non bene comprendesse, perché fra’ Bonifacio parlava in dialetto sezzese, ne chiese spiegazione al padre Orazio, il quale in poche parole gli fece capire, che Sua Santità aveva assicurata la salvezza dell’anima, ma che per multas tribulationes oportet introire in regnum Dei: per il che il Pontefice proruppe in dirotto pianto. E che il nostro Bonifacio non andasse errato lo resero manifesto i fatti tristissimi, che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo».

 

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